Il gioco magico della geometria – The magical effects of geometry

The observation tower in Mur Park in Austria – La torre osservatorio del parco del Mur in Austria.

L’architettura è un gioco magico. Dentro di sé riassume il divertimento del pensiero, il rispetto per il luogo che la ospita, lo spirito della geometria e la grazia dell’eleganza.

Come si fa a costruire una torre all’interno di un parco fluviale?

Come si può risolvere con delicatezza il tema, di per sè grave, quasi arrogante della torre? Semplice. Manifestandosi come un magico gioco. Allora nulla ha più una importanza; nulla è più poveramente etico e mediocremente funzionale. Il gioco riesce a vincere sulla realtà di modo che il visitatore resti estasiato e, in quell’estasi, si spieghi una presenza così ingombrante, ottimista, fuori dalla misura. Non ha importanza la materia che le dà forma, ne – tanto meno – le sue dimensioni. Il materiale diventa puro strumento di espressione di un’emozione. Si astrae dalla realtà diventando il simulacro di un sentimento, lo strumento di realizzazione di un sogno. E’ fondamentale, al contrario, che esso non riveli la minima volontà di mimesi… altrimenti il gioco, ingenuo, fragile ed elegante si spezza. Deve apparire con sincerità e invecchiare con dignità, perché un gioco magico non invecchia. Le sue dimensioni sono semplicemente quelle necessarie affinché il gioco si esprima. Non un centimetro più, né uno in meno. Al suo interno la magia deve prendere vita comodamente, se ciò accade non sembrerà gratuitamente grande né ridicolmente piccolo ma, piuttosto, efficace e magicamente discreto.

Il gioco dell’architettura è, in sé narrativo. Le regole fruitive sono, in quei casi, molto chiare, di più… sono regole che, ad un tempo, narrano una storia e danno vita alla forma. Se, dunque, ho bisogno di far andare una persona a trenta metri sul livello del suolo, conviene che sul cammino che percorrerà centri la mia architettura, che quel percorso sia l’asse del mio racconto e quello concettuale del mio progetto. In quel modo il camminamento dà vita alla forma e diventa chiave fruitiva dell’opera. Godo della forma quando la osservo, mentre la agisco quando l’ho riassunta, essendo arrivato in cima. Questi i presupposti che sembra strutturare il progetto della torre osservatorio del parco fluviale del Mur in Austria, dello studio degli architetti Loenhart e Mayr, che verrà conclusa il prossimo Maggio.

La torre avrà una funzione di osservatorio scientifico della fauna e della natura circostanti. Sarà la meta dei visitatori del parco che vogliono guardare la natura da un punto di vista inconsueto e, infine, sarà una splendida scultura che, con l’arte del contrappunto, aderirà perfettamente al sito naturale. … . Il gioco dei tiranti e dei puntoni acquista un ritmo leggero e seriale che ci riporta alle opere d’arte – la colonna infinita di Brancusi per fare un esempio –, che trovano un rapporto diretto, di opposizione, con la natura il momento di massima, civile, equilibrata espressione.

Architecture is a magical game. It contains all the enjoyable aspect of though, respect for its surroundings, the spirit of geometry and the grace of elegance.

How can a tower be constructed testefully inside a fluvial park?

How is possible to delicately resolve the serious, almost arrogant issue of the tower? The answer simple. Through a magical game. Nothing else is important; there is nothing more poorly ethical anf only minimally functional. The game can overcome fashionable realities that astonish the visitors; in their enthusiasm, they can explain the meaning of such a large-scale bulky and optimistic entity. Neither the matherial used in the construction nor the dimensions are of any importance. The  material is simply an instrument used to express an emotion. It is detached from reality and defines an image, the instrument used to create a dream. On the contrary, it must not attempt to hide away, otherwise the game, this innocent, fragile and elegant game, will be suspended. It must appear with sincerity and age with dignity because a magical game never grows old. Its dimansions are calibrated to the expression of the game. Not a centimeter more and not one less. Inside, the magic must accept life as it finds it, and when this happens, the result will not be gratuitosly large nor ridiculously small. but more probably, it will be efficacious and magically discrete.

Architecture is a narrative discipline. The rules are very clear; but more than that, they are rules that tell a story and give life to the shape. If  I need to transport a person to 30 meters above ground, my architecture should be a part of his climb, the pathway is the axsis of my story, the comcept the core of my project. In this way, movment injects life into the shapes and becomes the key element in the project’s purpose. I enjoy the shape when I observe it, when I interact with it, when I have summarized it, when we arrive at the top. These are the essential foundations that define the observation tower in the Mur fluvial park in Austria. It was designed by the studio of architects Loenhart and Mayr and will be terminated in May of this year.

The tower will be used for the scientific observation of the fauna and the surrounding habitat. It will be an attraction for visitors to the park who wish to observe nature from an unusual angle and ultimetely will be a splendid sculpture which will be the ideal contrasting addition to the natural landscape. … The stays and uprights produce a gentle uniform rhythm which orients us to the works of art – the Infinite Column by Brancusi for example; these identified a moment of maximum, civilized and well-balanced definition in the direct and contrasting relationship with nature.

Giordano, Maurizio, Il gioco magico della geometria – The magical effects of geometry, OFARCH n. 108, Design Diffusion Edizioni, Milano maggio/giugno 2009.

vertigo

di solito in vespa mi sento prendere da una leggera vertigine...
per un attimo ho coscienza dell'estensione del mio corpo sociale; in quell'istante (sono le 8.30 del mattino) mi si configurano i tracciati, le traiettorie di tutte le persone che conosco e per i quali provo affetto, oppure semplice simpatia, che si muovono in quel determinato momento (ognuno per le sue ragioni e indipendentemente dagli altri ovviamente), un territorio vasto, dall'australia alla punta estrema della francia sull'atlantico passando da chi avevo appena salutato pochi minuti prima e da chi avrei incontrato da lì a poco più di un'ora.

Richard Rorty

... . Poichè non c'è alcun soggetto comune o universale della storia umana, non può esserci neppure una "storia dell'umanità universale". Esistono solo culture locali, e ciascuna di esse è caratterizzata da pratiche e credenze incomprensibili a ogni altra e forse anche incompatibili.
Sennonchè, come afferma il pragmatista deweyano Rorty, "non è necessario presupporre un 'noi' permanente, un soggetto metafisico transtorico, per raccontare storie di progresso. Il solo 'noi' di cui abbiamo bisogno è locale e provvisorio: per 'noi' si deve intendere qualcosa di simile a 'noi socialdemocratici occidentali del xx secolo' ". Non c'è alcuna ragione per cui questo "noi" non debba continuare a premere per l' "utopia pragmatista" in cui tutte le opinioni e le opzioni verranno "discusse in incontri liberi e aperti". Questo obbiettivo non dipende da una "retorica rivoluzionaria di emancipazione e smascheramento", ma piuttosto "dalla retorica riformista sulla crescente tolleranza e la riduzione della sofferenza". Se accettiamo il primato dell'idea (relativista) di tolleranza, non c'è nulla che ci impedisca (a noi "
socialdemocratici occidentali del xx secolo") di cercare di persuadere quanti più esseri umani possibile a unirsi a noi nell'impresa di realizzare una società mondiale basata su istituzioni liberali. Possiamo riuscire o no; la "natura umana" o "il senso morale del genere umano" non ci forniscono una base per imporre tale risultato agli altri. Ma si tratta di un obiettivo razionalmente difendibile.

Kumar, Krishan, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna, Torino, Einaudi, 2000.

la questione della dimensione

In prima istanza la disciplina del progetto sembra prescindere dalla dimensione o dalla scala dell'oggetto disegnato, come se lo spazio, le regole compositive, tecnologiche e costruttive fossero una costante indipendente o relativa rispetto alla consistenza dell'oggetto progettato. Viceversa la contemporaneità ha dimostrato che l'ipotesi dell'indifferenza, elemento costitutivo del pensiero moderno, conduce verso una banale semplificazione delle differenze logiche e tipologiche dell'abitare poichè annulla, oltre il valore del tempo e della storia (l'idea della tradizione), il contributo di ogni scarto geografico (il concetto di luogo). In particolare il celebre assunto gropiusiano per cui sul piano metodologico il progetto costituisce un'invariante rispetto alle dimensioni al contorno restando fedele e costante al variare della scala di intervento (dal cucchiaio alla città), non definisce soltando il senso di un'utopia inutile quanto il centro di un'atopia dannosa e ormai unanimamente rifiutata.
oggi quell'ipotesi totalizzante e suggestiva appare sepolta, oltre dal peso delle 1344 pagine dell'argenteo tomo koolhaasiano concepito in opposizione diretta all'idea dell'invariante scalare (è ovvio che Small, Medium, Large ed Extra Large, significano "altro" rispetto ai paragrafi del volume), dalla pratica quotidiana del progetto e dalla specificità disciplinare che nel corso del tempo si è spontaneamente organizzata anche in relazione alla "grandezza" dell'intervento. Certamente in coincidenza di cambiamenti epocali, pensiamo ai primi anni del ventesimo secolo, e in presenza di particolari e straordinarie figure, Le Corbusier su tutti, ad uno stesso autore era riconosciuta attribuzione di merito sia nel disegno di una chaise longue (la celebre LC4 del 1928) sia nell'impostazione di una nuova struttura urbana (Chandigarh, progetto del 1951), tuttavia, tale opportunità rientrava in una volontà ed un pensiero che, come ricordato, risultano superati dagli eventi e dalle circostanze che rendono ogni agire universale "inadatto", o meglio, "fuori luogo" rispetto alla complessità del presente.
Non si tratta di un semplice problema di rappresentazione della realtà, quanto di interpretazione e consuetudine operativa derivante dal livello delle questioni da affrontare oltre che di una attitudine del progetto a confrontarsi in maniera appropriata alla scala dei problemi e delle tematiche logico-costruttive sottese.
Nel presente appare acclarato che l'industrial design, l'architettura ed il paesaggio, sia urbano che naturale (ciò che un tempo si chiamava urbanistica), costituiscano ambiti affini ma costitutivamente e disciplinarmente diversi, mentre appare meno evidente tale differenza quando la scala di intervento passa dalla casa all'edificio, fino al progetto urbano, consideratia ancora oggi appannaggio di uno stesso procedimento cognitivo. Ciò non sottintende una scalarità di merito - il Saccello Rucellai non è meno importante, sul piano della composizione architettonica, del pensiero e dell'esperienza albertiana, dell'omonimo Palazzo - semmai una scalarità metodologica, nel senso di una diversa e variata soglia di attenzione e valutazione delle condizioni di lavoro.
Da questo punto di vista le architetture a piccola scala mostrano senza possibilità di compromesso l'importanza dell'uso della materia e della tecnica costruttiva, l'attenzione nell'assemblaggio, nella scelta della grana e della tattilità dei materiali, l'impossibilità di commettere errori o indecisioni nelle scelte da adottare poichè ogni elemento deve risultare sempre equilibrato e coerente indipendentemente dal livello di dettaglio, poichè, evidentemente, la parte e il tutto, risultando compresse e talvolta coincidenti, interpretano un assieme facilmente comprensibile e comparabile con la scala umana e con l'agire quotidiano oltre a consentire un tempo di costruzione e di reazione, contenuto e valutabile. E' questo contributo disciplinare che fa dei piccoli progetti un grande laboratorio di idee e spreimentazione, una sintesi compiuta tra strumenti e mezzi, un'opportunità di comprensione diretta del pensiero.

Marco, Casamonti, La questione della dimensione, area - rivista di architettura e arti del progetto, maggio/giugno 2008, n. 86.

la speranza progettuale

In questo saggio - apparso per la prima volta nel Nuovo Politecnico nel 1970, presto come un "classico" e qui riproposto proprio per la sua perdurante validità - Tomàs Maldonado ha denunciato la degradazione del nostro ambiente fisico, cioè dell'atroce maltrattamento che si continua a perpetuare contro i tre componenti basilari del nostro sistema biotico: l'acqua, l'aria, il suolo. Il problema però non veniva affrontato isolatamente. L'originalità dell'approccio di Maldonado era costituita soprattutto dal contesto in cui egli svolgeva il suo discorso critico. Le cause dell'usura ambientale venivano esaminate dall'autore in stretta relazione con temi quali il nichilismo politico e culturale del dissenso giovanile, le violenze della razionalità tecnocratica, le fughe utopistiche e conformiste della progettazione ambientale, il grado di autonomia degli intellettuali nella società tardocapitalista e, infine, il rapporto tra Progettazione e Rivoluzione. Con grande chiarezza e con forte tensione speculativa Maldonado ha dimostrato in queste pagine che in ogni tentativo di agire contro le cause e gli effetti della nostra situazione ambientale si deve sempre incominciare col recuperare la speranza progettuale, cioè col ricondurre su nuove basi la nostra fiducia nella funzione rivoluzionaria della razionalità applicata.

Nota dell'editore.
Tomàs, Maldonado, La speranza progettuale. Ambiente e società, Einaudi, 2007.

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Il funzionamento strutturale del Guggenheim Museum di Frank Lloyd Wright

Le costruzioni rappresentano una combinazione unica di pensiero artistico, tecnico e sociale: una memoria fisica di attività intellettuali distinte e spesso frammentate che nel loro tramutarsi in oggetto si fondono in un tutt'uno. Date le complesse e diverse valenze, solo in selezionate realizzazioni questa combinazione riesce ad esprimere congiuntamente un messaggio in modo armonico. L'interpretazione della concezione strutturale del Guggenheim Museum affidata a queste pagine intende illustrare i modi in cui questa possibilità è stata colta da Frank Lloyd Wright. Questa interpretazione è stata suggerita dalla lettura del libro di Francesco Dal Co, Il tempo e l'architetto. Frank Lloyd Wright e il Guggenheim Museum, Electa, Milano 2004 e ha lo scopo di discutere quanto l'autore ha scritto nell'intento di spiegare la concezione strutturale di questo capolavoro dell'architettura del XX secolo.

Tronbetti, Tommaso, Il funzionamento strutturale del Guggenheim Museum di Frank Lloyd Wright, Casabella n. 760, Electa, Milano novembre 2007.

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Immagini di città - walter benjamin

Le città, colte da Benjamin in istantanee che fermano l'effimero nell'eternità dell'immagine, sono vive; la loro aurea è la seduzione del sensibile e del presente. Ma le loro case, le loro strade, i volti dei loro passanti hanno delle crepe che annunciano, come le rughe su un viso, lo sgretolarsi della vita e della storia.

Magris, C., Prefazione a Benjamin, W., "Immagini di città", Einaudi, 2007.

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L'assenza, l'ambivalenza e il paradosso

Ci sono due elementi concettualmente molto affascinanti nella categoria di super normal proposta e messa a fuoco da Fukasawa e Morrison: il primo è che si tratta di una categoria che si fonda sull'assenza, il secondo è che riposa su una voluta e straordinaria ambivalenza.
L'assenza: l'oggetto super normal non può essere definito che a partire da qualcosa che non c'è. O da qualcosa che non ha. Lo stile, l'identità, l'originalità, l'eccezione: tutto ciò che rivela visivamente un'eccellenza, o una marca connotativa inconfondibile è incompatibile con lo statuto dell'oggetto super normal. La cui principale qualità consiste nella capacità di dissimulare le proprie qualità fino a renderle praticamente invisibili.
L'ambivalenza: per quanto si ragioni sulla categoria proposta da Fukasawa e Morrison, è molto difficile riuscire a capire fino in fondo se super normal sia un ossimoro (super versus normal) o un superlativo assoluto (la massima normalità possibile, la "normalità" nel suo statuto ontologico, nella sua perfezione quintessenziale).
Gli oggetti selezionati da Fukasawa e Morrison sono tutti, di fatto, sia ossimorici sia superlativi: portano la norma ai confini del possibile e al contempo introiettano una sorta di paradossale coincidentia oppositorum. Così "normali" da non esserlo più. Così al contempo "normali" e "eccezionali". Così eccezionali da sembrare normali. Così non percepiti e non percepibili come eccezionali. ...

Silvana Annicchiarico, Design Curator de La Triennale di Milano.
(
Super Normal, una mostra curata da/ an exhibition curated by Naoto Fukasawa & Jasper Morrison, 18 - 23 aprile 2007).

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Le sette vite dell'architettura

Una mattina Josef K., svegliandosi da un sonno inquieto, si ritrovò trasformato in un grande cantiere. Poteva vedersi dall'alto, come fosse salito in cima a una gru, le viscere aperte fatte di tubi di plastica, tondini d'acciaio, setti di cemento misti a squarci e avvallamenti pieni di fango. ma il terrore più grande lo diedero a Josef K. i minuscoli esseri di cui gli brulicava il ventre, quando si accorse che erano uomini: operai, costruttori, ingegneri architetti, ognuno con in testa il suo bravo, minuscolo elmetto giallo.
Irina von Arx, L'uomo che fu un cantiere, 1999.

da cosa nasce cosa

Produzione senza appropriazione
Azione senza imposizione di sé
Sviluppo senza sopraffazione
Lao Tse, quarto secolo avanti cristo.

Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, Laterza 1981

autobiografia scientifica

Ho iniziato queste note più di dieci anni fa e cerco di concluderle ora perchè non diventino delle memorie. Da un certo punto della mia vita ho considerato il mestiere o l'arte come una descrizione delle cose e di noi stessi; per questo ho sempre ammirato la Commedia dantesca che inizia attorno ai trent'anni del poeta. A trent'anni si deve compiere o iniziare qualcosa di definitivo e fare i conti con la propria formazione. Ogni mio disegno o scritto mi sembra definitivo in un doppio senso; nel senso che concludeva la mia esperienza e nel senso che poi non avrei avuto più nulla da dire. Ogni estate mi sembra l'ultima estate e questo e questo senso di fissità senza evoluzione può spiegare molti miei progetti: ma per capire l'architettura o spiegarla devo ripercorrere le cose o le impressioni, descrivere o cercare un modo di descrivere.
Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, Pratiche Edidtrice 1990.

mappa del nuovo mondo

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All'orlo della pioggia, una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un'intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un'arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell'
Odissea.

Derek Walcott, Arcipelaghi, Mappa del nuovo Mondo, Adelphi 1992